È il cibo che ha scelto me.
È andata così e continua ad andare così.
È stata una delle benedizioni della mia vita: ritrovarmi in qualcosa che mi piace.

Sono nata su una piccola isola dell’Arcipelago Toscano e ho passato gran parte del mio tempo dalla nonna, nella sua casa rosa sul lungomare, dormendo spesso nel letto a baldacchino della bisnonna, con le tende bianche tutto intorno, svegliata la mattina dalla luce delle onde del mare riflesse sul soffitto.

Sono cresciuta tra la spiaggia sotto casa sua e il ristorante che sua sorella, la famosa Angiolina, aprì negli anni ’50, con una veranda sulla stessa spiaggia, proprio sotto le finestre della nonna.

Ho cominciato a lavorare per gioco: con il vecchio zio Giovanni piegavo i tovaglioli, tirandoli prima lungo i bordi, preparandoli prima che zia Angiolina li stirasse. Asciugavo le posate, mettendo in ordine forchette e coltelli nel cassetto. Andavo a lavare in spiaggia le bottigliette dell’olio – quelle che vanno sui tavoli – scuotendole con acqua di mare e sabbia per sgrassarle. Avrò avuto 3 anni. Più tardi sapevo tagliare i peperoncini, imparando prestissimo che la sostanza piccante sta nelle costole bianche interne e nei semi. Sapevo sbucciare gli spicchi d’aglio. Sapevo scegliere le foglie più belle della rucola.

Ho cominciato a servire ai tavoli a 12 anni ed ero orgogliosissima di andare dai clienti con carta e penna. Ho passato tutte le estati da studentessa delle superiori a fare la cameriera nel ristorante di zia Angiolina. C’era un ragazzo che d’estate lavorava nel ristorante dei suoi genitori. Finivamo di lavorare più o meno alla stessa ora ogni sera e andavamo a ballare insieme, raggiungendo gli altri amici che si stavano già divertendo. Sono quella con i capelli lunghi a sinistra nella foto. Questo ragazzo, forse per gli stessi orari di lavoro estivi, forse per altro, è diventato prima il mio fidanzato, poi mio marito, poi il padre dei miei figli, poi il mio socio in affari.

Il matrimonio segnò un cambiamento nel ristorante: avevamo entrambi un lavoro (banca e ufficio) a Livorno e passavamo i fine settimana e parte delle estati ad aiutare la sua famiglia nel loro ristorante.
Quando decidemmo di lasciare il lavoro e aprire un ristorante tutto nostro, di gestione e di cucina ne sapevamo abbastanza. Il nostro desiderio era soprattutto tornare sull’isola e viverci stabilmente, invece di fare avanti e indietro per respirarne l’aria. Tornare significava aprire un ristorante, ed era una cosa che sapevamo fare.

Il ristorante era addossato alle antiche mura del Castello; si chiamava Le Tamerici, in onore delle piante selvatiche che un tempo crescevano lungo la spiaggia del Campese e che furono tagliate per fare spazio a una residenza di dubbio gusto.

Dopo tre anni il ristorante comparve sulle principali guide gastronomiche italiane. Eravamo i fieri proprietari di un ristorante segnalato.
In quegli anni presi anche il mio secondo diploma. Su consiglio di un’amica, mi diplomai come Tecnico delle Industrie Alimentari. Non avevo bisogno di imparare a cucinare, ma non solo volevo l’ufficialità di ciò che facevo: avevo anche bisogno di conoscere dietetica, nutrizione, chimica, biologia, tutte materie che mi aiutano ancora nel mio lavoro.
Abbiamo gestito il ristorante per 12 anni, dal 1985 all’inizio del 1997.
Nei tre anni successivi ho continuato a lavorare nel cibo, anche come chef in un ristorante di alto livello nella zona di Ravenna.
Poi, nel 2000, ci siamo trasferiti nella bellissima Firenze.

Firenze per noi ha significato un nuovo inizio dopo tragedie familiari – le stesse che ci avevano spinto a vendere il ristorante – e anni incerti. Personalmente decisi di lasciare il mondo del cibo, perché mi sentivo giù, triste e depressa. Trovai lavoro in un albergo e cominciai a studiare per diventarne direttrice.
Il cibo mi ha rincorso un’altra volta.
Leggendo la pagina degli annunci di lavoro su un giornale, vidi un’azienda che cercava uno chef che sapesse l’inglese. Mi chiesi: perché uno chef dovrebbe sapere l’inglese? Andai a vedere. L’azienda era un istituto universitario per studenti stranieri che cercava insegnanti di cucina. Non ricordo di aver detto “sì”. Probabilmente l’ho detto, perché mi ritrovai assunta per un corso professionale che cominciava a gennaio 2001.

Mi resi conto di quanto fosse difficile e importante il mio nuovo compito quando stavo per entrare nella prima classe, dove 36 occhi mi guardavano esitare sulla porta. Ero terrorizzata. Quando uscii alla fine della lezione ero felicissima: sentivo di aver trovato la mia strada nella vita. Dopo un po’ lasciai il lavoro in albergo.
GiglioCooking è stata, ed è, una conseguenza ovvia e naturale.

GiglioCooking è il luogo che rappresenta la mia idea di cibo e di cucina come gesto naturale e quotidiano, e non come una competizione stressante: qualcosa con cui tutti nasciamo e in mezzo a cui siamo cresciuti… anche se in modi diversi.

Negli ultimi anni la mia vita nel cibo si è arricchita di nuovi sapori e nuove conoscenze: l’incontro con un uomo di campagna, oltre a darmi una nuova prospettiva sull’amore, mi sta facendo crescere nella professione. Grazie a lui…

… conosco da vicinissimo tutto della vita degli ulivi e…

… il processo di produzione dell’olio;

imparo la coltivazione biologica del grano (e la sua rotazione) e…

…come nutrire (con esso) galline felici e libere;

come riempire un cesto di bontà selvatiche commestibili durante una passeggiata in campagna.
Per tutto questo e altro ancora sono grata alla vita per avermi messa, e tenuta, nel CIBO.
