Si, talvolta ci dimentichiamo perché stiamo facendo ciò che stiamo facendo.
Ho trovato questa scritta su un foglietto attaccato sulla copertina all’interno di una mia vecchia agenda. Non so chi l’abbia scritto, non è la mia grafia. Un amico, certamente. O un’amica. Qualcuno che abbia voluto ricordarmi il perché del mio mestiere e spronarmi perché sono sulla strada giusta.
Me ne stavo dimenticando. Sono stata – e ancora lo sono – troppo presa dal “quotidiano”, con liste che non sto a elencare e anche dalle contraddizioni del nostro Paese, che un giorno ci affascina come solo l’Italia sa fare e il giorno dopo ci butta nello sconforto.
Noi lavoratori del cibo, dai produttori, ai raccoglitori, allevatori, produttori di vini, formaggi, farine o pietanze sopraffine, noi lavoratori dello spettacolo che viene rappresentato dalla colazione alla tisana della notte, noi siamo tra quelle piccole attività che ancora tengono in piedi il nostro Paese. Qualcuno ci ha definiti “guerrieri”, altri ” lavoratori eroici”. Il più delle volte abbiamo cominciato per passione, per un “credo” vero e abbiamo continuato perché siamo rimasti prigionieri negli ingranaggi della burocrazia, dimenticandoci della nostra creatività e usando la nostra energia solo per districarci dal “sistema”.
Ecco, dicevo, stavo per dimenticarmi del perché sono qui a fare quello che faccio.
Eppure l’unico modo per vincere è proprio questo: credere, perseguire il bene, rimanere umani.
Nel mio caso: far conoscere il cibo buono, goderne e rimanere in salute.
Ho deciso che devo ripercorrere i miei passi all’indietro, tornare al punto di partenza e lavorare sulle ragioni del mio essere qui ed ora. Ho deciso. Il nuovo percorso non ha limiti.
Quando non avremo più buona cucina nel mondo,
non avremo più letteratura,
ne’ intelletto elevato,
ne’ riunioni amichevoli,
ne’ armonia sociale.



