Il nome non corrisponde a ciò che l’aggettivo significa in Italiano.
L’isola del Giglio, come noi Gigliesi amiamo dire, è una “repubblica a parte”.
Noi ci conosciamo e ci “riconosciamo” con i soprannomi. Ogni soprannome significa la storia di una famiglia con personaggi, aneddoti, caratteri, facce, incontri, battute. Io, Marcella, sono riconosciuta con diversi soprannomi. Sono Marcella della Dora, se riferito alla famiglia di mia madre, così chiamati perché tutti biondi e io bionda non lo sono mai stata; oppure del Barre, perché mio nonno paterno è stato il primo al Giglio ad aprire un bar.
Nel nostro caso, cioè l’olio e la famiglia che lo produce, niente a che vedere con la “goffaggine”. Il nome rappresenta un’ onorificenza, un segno di rispetto dell’ultimo rampollo alla propria famiglia.
Sì, perché i soprannomi qua sono quasi titoli nobiliari. Guai non averne uno.
L’olio è tutt’altro che goffo: ha dentro la forza delle radici che si insinuano cercando la terra tra il granito e che si aggrappano alle “greppe”; ha il sapore pieno del sole e del mare.

Sul depliant di presentazione dell’ Olio Goffo c’è scritto:
L’ isola presenta un terreno impervio per le coltivazioni e molti oliveti sono raggiungibili solo attraverso lunghi sentieri percorribili a piedi e zono collinari scoscese sul mare……………. Duro lavoro fatto con pochi strumenti e tanta fatica…… ripercorrere le orme degli antenati….
In poche frasi viene riassunta l’anima del Giglio: un’isola, che come tutte le isole, per necessità, è stata, fino all’avvento del turismo di massa all’inizio degli anni 60 del secolo scorso, davvero auto-sostenibile. Lo era quando questa parola, così abusata oggi e spesso non veritiera, era semplicemente normale e vera. Le piccole isole non potevano non essere autosostenibili: le comunicazioni con il così detto “continente” erano scarse e tutto ciò che serviva al sostentamento doveva essere prodotto in loco. Sull’isola veniva coltivato persino il grano, per la macinatura del quale esistevano alcuni mulini ad acqua
Venivano allevati bovini, maiali, capre; venivano coltivati verdure, frutti, fiori. L’uva era talmente abbondante da venire esportata sulla terraferma e celebrata in una festa di fine estate: la Festa dell’Uva e delle Cantine, che ancora ci diverte e ci porta indietro nel tempo ad ogni settembre.

Assieme alla pesca, l’uva era la fonte economica più redditizia. Naturalmente anche olivi: le olive venivano frantumate in un locale frantoio.
L’olio non è la cosa più facile al mondo. Soprattutto in un territorio come questo. Negli ultimi 20 anni c’è stata al Giglio una riscoperta dell’antica arte dell’uva e del vino – alcune bottiglie sono diventate così ricercate da essere batture all’asta -, ma nessuno si era dedicato finora a una vera produzione di olio locale. Ci ha pensato Francesco.
Francesco sta facendo un grande lavoro e gli auguro un grande successo.
Quindi: forza Francesco! Il tuo olio è fantastico. Stai facendo onore al Giglio.
Marcella Ansaldo © 2023



