…. perchè cucinare insieme è come un grande, caldo abraccio.
Molti anni fa, seduta al tavolo di un ristorante di Firenze con la mia cara amica Sue Campbell, lei riuscì a tirar fuori dal profondo del mio stomaco il sogno segreto. Il sogno era così profondo nelle mie viscere che era quasi nascosto anche a me. Da allora, la chiamo la mia levatrice.
Il sogno era una scuola sull’isola dove sono nata, il Giglio. Una scuola che avrebbe permesso di prolungare la vita economica dell’isola, abbandonata per mancanza di lavoro: un’isola con una vita turistica folle d’estate e quasi morta d’inverno.
Tutti gli abitanti avrebbero potuto partecipare a questo progetto: alberghi, pensioni, affittacamere, ristoranti, negozi di alimentari avrebbero potuto prolungare la stagione lavorativa. Non solo. Artigiani, pescatori, contadini, musicisti, apicoltori, viticoltori, artigiani di cesti in vimini avrebbero potuto contribuire al progetto, trasmettendo la loro saggezza istintiva e il loro “saper fare”: le stesse qualità che hanno permesso alle piccole isole di rimanere autosufficienti nel corso dei secoli.
Ero convinta che un progetto del genere avrebbe creato abbastanza posti di lavoro da ridurre l’abbandono dell’isola.
Con la positività e il pragmatismo tipici degli americani, ha affermato: “è fattibile!” – “It is do-able!” –

Questa è Sue, che guarda e ascolta
Ho iniziato a visualizzare il progetto sulla superficie del mio “interno” e ho iniziato a scrivere… a scrivere tutto ciò che lo riguardava: il progetto vero e proprio da presentare alle autorità, incluso il business plan, lo Statuto con i regolamenti e gli obiettivi, i programmi accademici. Ho iniziato a contattare docenti (biologi, archeologi, tecnici agrari e così via) e a cercare contributi. Il progetto non si è concretizzato, perché la richiesta di contributo non è stata accettata, anche se non l’ho dimenticato: è ancora lì, in un angolo ben visibile della mia mente.
Invece ho fondato la Gigliocooking School a Firenze.
Comunque, quando ho iniziato a visualizzare il progetto e a vederlo come una macchina funzionante, questo è stato oggetto di molte conversazioni tra me e i miei amici. Nonostante tutte quelle chiacchiere, non avevo ancora un nome per il progetto.
Di nuovo, davanti al vino e al cibo – eravamo da Procacci, in via Tornabuoni, lo storico locale dei panini al tartufo – mi chiedevo ancora come potesse chiamarsi.
Sue, sempre Sue, spalancò gli occhi ed esclamò: “Questo è un segno!” e puntò il dito contro di me.
Sono caduta dalla nuvola, perché non capivo cosa intendesse. Pensavo di avere un insetto addosso.
“Il nome del tuo progetto è lì, lo stai indossando!”
Indossavo un maglione rosso su cui era stampato con le lettere glitterate “EMBRACE THE FUTURE”. – ABBRACCIA IL FUURO -.
Dopo molti anni il mio maglione era consumato, quindi l’ho buttato via. Ora me ne pento. Perché ho imparato che la vita può essere un grande abbraccio caldo, se lo vogliamo e se ci “svuotiamo” di tutte le sovrastrutture che costruiamo, di tutta la spazzatura che accumuliamo nella nostra mente, se siamo capaci di spazzare via croste e polvere e liberare i gioielli che teniamo segreti in fondo. Il maglione avrebbe potuto essere un promemoria di tutto questo.

Laury, Suzanne, Mary e Chris…
…Ho sentito il caldo abbraccio della cucina e loro hanno sentito tutto quello che devo aver espresso senza parole. Semplicemente cucinando insieme.
Grazie a tutte, ragazze: mi avete dimostrato che i sentimenti viaggiano sulle onde…



